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mercoledì 4 settembre 2013
Autonomia e Indipendenza
I veri politici lungimiranti ed intelligenti avevano già previsto l’esistenza delle Regioni prima ancora che venisse instaurato il Regno d’Italia. Quando nel 1970 venne sancita la nascita delle Regioni a statuto ordinario, sarebbe stato il momento ideale per formare lo Stato Federale. Se vi fossero stati Amministratori “intelligenti” e lungimiranti, con la capacità politica di determinare un vero cambiamento per l’Italia, i problemi attuali sarebbero forse non nati. Certamente i conservatori e i “professionisti” della politica non potevano allora e non vogliono ora permettere una tale libertà. Se in quell’anno avessero concesso alle regioni tutti i poteri decisionali, eccetto quei pochi di valore nazionale, oggi non saremo qui a discutere. Se tutte le Regioni fossero indipendenti (autonome) forse tanta corruzione non sussisterebbe nei gangli di potere. In questo modo ogni regione e ogni etnia si evolverebbe secondo le proprie capacità e potenzialità tendendo tutte al miglioramento generale. I singoli Enti non dovrebbero più attendere, come elemosina, la centesima parte di ciò che hanno versato all’Erario centrale. Avendo una fonte e quantità certa di denaro in tempo reale, potrebbero verosimilmente effettuare programmi a lunga scadenza con la sicurezza della realizzazione in tempi stabiliti e non più aleatori come succede ora.
Come noi Veneti ci riteniamo “popolo” altrettanto possono reclamare i Toscani, gli Umbri, i Molisani ecc. Quindi anche a loro dovrebbe essere concessa l’opportunità di dimostrarsi tali. Se poi talune Regioni fossero incapaci di mantenere la loro autonomia allora potrebbero tornare sotto l’egida del potere Centrale con le penalità consequenziali.
Senza dover guardare eccessivamente lontano, vediamo che in Svizzera come in Germania Cantoni e Land si possono paragonare tranquillamente alle nostre Regioni e tutti sono autonomi e indipendenti per quanto riguarda ordinamenti legislativo giurisdizionale, mentre il penale e pochi altri poteri sono del Governo Federale Centrale. Certamente la nostra situazione attuale è molto più complicata e difficile da risolvere sia perché i conservatori e i politicanti d’oggi non hanno minimamente la capacità e la volontà di mutare una situazione che a loro fa troppo comodo politicamente ed economicamente. Se il popolo Veneto vuole vedere riconosciuta la propria diversità etnica, linguistica e morale è INDISPENSABILE che prima si convinca della propria unicità e specificità, poi unisca TUTTE le forze economiche e produttive in un unico corpo per avere la forza propositiva sufficiente a contrastare e vincere i conservatori e falsi liberali. Può sembrare un sogno, cullato a lungo, che potrà realizzarsi se ci sarà l’unione di intenti senza i campanilismi, inevitabili, in una realtà così unica ma anche così diversa che compone l’insieme delle Province e Comuni, con tutte le varianti dialettali, della unica, incredibile ma riconoscibile Serenissima Repubblica Veneta.
Giuseppe PORTO
mercoledì 28 agosto 2013
Veneto e Indipendenza
Veneto e indipendenza
Parlare di indipendenza oggi,
dopo i danni della “Lega” su questo argomento, può sembrare futile temerario o improvvido a seconda del punto di
vista.
Con tutti i problemi attuali:
mancanza di lavoro, carenza di liquidità delle aziende, disoccupazione operaia,
rimescolio di razze, pensare ad un Veneto indipendente dall’Italia sembra una
discussione da bar o disquisizioni “di lana caprina”. Però…un trait-d’union
esiste ed è molto più di un esile filo di seta.
Se si parla di autonomia del
Veneto tout-court è necessario convincere la maggioranza non solo dei Veneti ma
anche di coloro che vivono ora in Veneto, della necessità, dell’opportunità e
dell’utilità di questa operazione.
L’indipendenza è necessario
chiederla ora che è un momento di crisi e il popolo Veneto è legato mani e
piedi da troppi legami (legislativi, burocratici, fiscali) ed anche volendo non
riesce a riprendere un cammino economico positivo; l’opportunità è che altre
Regioni (Scozia, Catalogna) stanno effettuando lo stesso percorso
Se si pretende l’autonomia del
Veneto, rifacendosi alla Serenissima
Repubblica di Venezia, allora è gioco forza riprendere in mano i libri e
studiare gli organigrammi, le leggi e le procedure di quella aggiornandole alle
tecnologie attuali. Non dimentichiamo però che quelli organismi erano formati
esclusivamente da nobili e, praticamente, piccoli mercanti, artigiani e operai
non avevano nessuna voce in capitolo.
Al giorno d’oggi quanti sono i
veneti che pretendono l’indipendenza? Se fossero una minoranza, prima di
intraprendere una lotta, già persa in partenza, è necessario convincere gli
altri della bontà, dell’utilità e della necessità di iniziare questa battaglia
che sarà lunga. E’ necessario dimostrarlo con argomentazioni valide e proposte serie,
non con discussioni esclusivamente teoriche. Si deve far capire agli
imprenditori, agli artigiani, agli operai che non si deve soltanto lavorare e
produrre, rimettendoci la metà per tasse e balzelli vari, ma operare ed agire
per l’indipendenza perché SOLO in questo modo si otterranno quelli sgravi e
quei vantaggi che, inutilmente, si sono attesi da sempre da Roma. Si deve far
comprendere a queste persone che una realtà piccola può amministrarsi molto
meglio ed equamente, può far fronte immediatamente alle necessità con una
Amministrazione agile, seria e competente. Si deve spiegare come si intende
organizzare la nuova Repubblica, come
realizzare il nuovo parlamento, come essere effettivamente democratica, come potrà la popolazione presentare le sue necessità
e come “costringere” i governanti ad ottemperare a queste richieste.
Quando si riuscirà a presentare,
anche solo schematicamente, questo quadro, soltanto allora, forse, molti
comprenderanno il significato di “indipendenza” e di “Nuova Repubblica Veneta”.
Oggi la maggioranza si lamenta
della burocrazia, si sottomette a questa necessità, ma non ha la volontà di
combattere una guerra, teorica, perché ignora quali opportunità potrebbe
ottenere da una vittoria.
Questo è indispensabile attuare
per una probabile, possibile vittoria di indipendenza.
venerdì 22 marzo 2013
CAMPAGNA ELETTORALE
SI RICOMINCIA?
Tutti parlano del futuro dei giovani,
della necessità di crescita, di diminuzioni della spesa pubblica. Quali i
rimedi? Tagli alle spese sociali dei più deboli, aumento della tassazione degli
onesti.
Pensare che sarebbe così semplice risparmiare
milioni di euro. Come?
Tetto massimo di stipendio € 500.000
annui per tutti i dirigenti statali, regionali e provinciali (politici,
militari, giudici penali, giudici amministrativi, prefetti, dipendenti di
Camera e Senato )
Divieto di cumulo di incarichi e di
consulenze in organi o enti pubblici e privati e, di conseguenza, di
retribuzioni, rimborsi o gettoni di presenza o in qualunque altro modo
dichiarati;
Obbligo di lavorare 8 ore al giorno per
5 giorni alla settimana per tutti ( è immorale, ad esempio, che i giudici
amministrativi lavorino 4 – 6 ore a
settimana lasciando montagne di arretrato e stangate dall’UE per colpa loro,
pagate da noi).
Obbligo di pensione dopo 3 legislature
con 1 sola pensione ed una sola liquidazione da percepirsi all’età della
pensione per gli altri dirigenti.
Per il periodo di incarico pubblico,
obbligo di abbandonare la propria attività, ufficio, studio, incarico privato,
pena la decadenza immediata dall’incarico pubblico.
Queste sono soltanto alcune delle
proposte realizzabili in 1 ora, visibili, di cui beneficerebbero tutti i
cittadini, subito; risanando le finanze statali, diminuendo le imposte.
Ma come sappiamo bene, affinché le leggi
siano rispettate devono essere abbinate le rispettive sanzioni che
semplicemente si potrebbero ridurre a:
Chi è riconosciuto colpevole di reati
contro la pubblica amministrazione, decadenza immediata da qualsiasi carica
pubblica con interdizione perpetua, ammenda pari a 2 volte lo stipendio annuo con sequestro cautelativo
delle proprietà personali e familiari fino a rimborso avvenuto.
Si eviterebbe il sovraffollamento delle
carceri, si recupererebbero ingenti somme per le casse erariali.
Contro l’evasione fiscale? Controlli a
tappeto sui liberi professionisti (avvocati, notai, dentisti, medici,
architetti, ingegneri) fondazioni, banche, assicurazioni, imprese edili e
industriali a carattere nazionale ed
internazionale ( tipo impregilo, ilva ); verifiche catastali per accertare le
proprietà immobiliari e verifiche incrociate con le dichiarazioni dei redditi e
presso il PRA; lotta al contrabbando. Svolgere attività e pressioni presso l’UE
per tutela legislativa internazionale contro la contraffazione dei beni tutelati dal “made in italy”.
POLITICA E REPUBBLICA
Premetto che non sono un leghista, non sono uno storico, non
sono un economista.
Quello che è sotto gli occhi di tutti da 20 anni a
oggi, se non è accecato da un’ideologia qualsiasi ideologia, si sarà reso conto
che i politici hanno perso ogni pudicizia.
Voglio solo ricordare e confrontare due modi di far
politica: quella dei politici della Repubblica Italiana e quella della
Repubblica di Venezia.
E’ vero che a Venezia erano i nobili che governavano
e, in certo qual modo, tiranneggiavano molti popoli di varie nazioni ma…. con
una differenza abissale. Per chi non le sapesse o le avesse dimenticate, ne
rammento soltanto alcune:
-
L’elezione
avveniva in maniera molto lunga e complessa che garantiva l’impossibilità,
pressoché totale, di inciuci.
-
Gli eletti
rimanevano in carica un solo periodo.
-
Gli eletti,
durante l’incarico pubblico, non potevano esercitare la propria professione.
-
Gli eletti,
durante l’incarico pubblico non solo non percepivano alcuno stipendio dallo
Stato ma dovevano provvedere di tasca propria alle spese inerenti la carica
ricoperta perché, al termine dell’incarico, questo avrebbe consentito di
guadagnare molto di più nell’esercizio della professione dato il prestigio
acquisito.
-
Se gli eletti
compivano dei reati venivano puniti immediatamente e più severamente degli
altri cittadini, perché avevano disonorato la carica ricoperta e soprattutto
avevano disonorato la Repubblica.
Mi fermo qui e faccio alcune
considerazioni:
Se molti Stati hanno studiato,
analizzato, e tenuto in alta considerazione lo Statuto della Serenissima, non
sarà certamente per motivi semplicistici o populisti. Il raffronto tra i
comportamenti dei politici della Serenissima e quelli dei politici italiani è
molto semplice, comprensibile da tutti e dovrebbe aprire gli occhi anche ai più
ideologizzati ed estremisti.
Il constatare l’attuale svilimento di
così alti incarichi, l’abbrutimento e la decadenza morale di queste persone, in
confronto alle regole della Serenissima,
dovrebbero far riflettere non solo gli eletti ma tutti gli elettori.
D’altronde, guardando quanto accade
negli altri Stati, ci si dovrebbe rendere conto di quanto bassa sia la moralità
insita in tutti gli italiani:
Per aver copiato parte di una tesi,
molti anni fa, un ministro politico è stato costretto a dimettersi.
Per
aver speso una minima somma di denaro pubblico per uso privato un politico
inglese è stato costretto a dimettersi.
Per una relazione extraconiugale un
politico americano è stato costretto a dimettersi.
I nostri politici, con i loro
comportamenti illeciti, che fanno? Si indignano perché sono indagati e restano
al loro posto. E noi come reagiamo? Ci
indigniamo per un giorno e poi li giustifichiamo.
mercoledì 29 febbraio 2012
Terzo stralcio di "Principe e povero"
Quando, sul calar della sera di fine aprile 1177, si udirono in lontananza gli ormai noti rumori metallici di soldati in movimento, il cuore sobbalzò nel petto di molte persone di Orgnano: chi per paura di essere derubato delle vivande per superare l’inverno, chi per tema di dover sborsare oro e granaglie per continuare a comandare. La polvere sollevata dai cavalli ed il ritmato scalpitare degli zoccoli sul selciato lasciavano immaginare un folto gruppo in marcia. Ma la paura lasciò spazio alla sorpresa quando i cavalieri, riempiendo la strada e la piazza, chiesero dove si trovasse il palazzo dei Porto. Davanti alla casupola di Avelardo scesero in due soltanto. Avevano i distintivi di Capitano. Si diressero alla porta di casa. Mentre stavano per bussare alla porta, questa si aprì e Avelardo, con fare modesto e timoroso, chiese cosa potesse fare per accontentarli. I due soldati si guardarono negli occhi, si fecero un cenno d’intesa quindi, il più anziano, disse con tono autoritario:” Abbiamo fame”. L’altro militare soggiunse:” e i nostri uomini hanno molta sete”. Il povero Avelardo, come per scusarsi, guardando tutti quei cavalieri esclamò:” mi dispiace signori, non ho vino a sufficienza per dissetarvi tutti. Devo andare da mio fratello e farmene prestare un po”. Nel frattempo si erano radunati molti contadini di ritorno dai campi ed i bambini, incuriositi, erano trattenuti a stento dalle madri. Avendo sentito le richieste tutti i paesani temevano per l’amico Porto. Allorché il capitano più anziano abbracciò e sollevò fra le sue braccia l’anziano Avelardo, le donne cominciarono a pregare per il pover’uomo. Ma quando videro che quel cavaliere cominciò a far roteare il piccolo uomo ridendo sempre più forte, accompagnato dall’altro tutti si stupirono e non riuscivano a capire quel comportamento. Quando, finalmente, l’anziano venne deposto a terra ed il militare si tolse il cimiero, vi fu un attimo di terrore in tutti i villani. Avelardo, il piccolo, anziano contadino, cominciò a tempestare di pugni il petto del cavaliere imprecando e urlando. Anche gli altri cavalieri smontarono di sella e, nelle menti di quelle persone semplici, passò come un lampo la visione di altre morti atroci per un nonnulla. Ma i cavalieri restavano immoti accanto ai loro animali mentre gli altri tre cominciavano a ridere. Anche l’altro capitano si tolse il cimiero, ed entrambi li deposero sull’arcione, si arruffarono i capelli e si sedettero sulla panca di legno, accanto al muro di casa, con in mezzo l’ometto.
Vedendo i volti arrossati per la sorpresa ed il timore dei paesani il capitano più giovane, per farsi udire da tutti, gridò:” Di cosa temete bifolchi? Siamo i nipoti di Giorlando e Salvatore Porto!” Poi, rivolto al nonno, cominciò a narrargli quanto avevano visto e dove erano arrivati i loro padri. Gli raccontò della campagna militare in Puglia e Campania contro i Bizantini. Che erano giunti fino a Capua, avevano partecipato alla conquista di Benevento e Troia. Nel 1030 Rainaldo Drengot, capo normanno, costruì il castello Aversa che divenne base di riunione di altri normanni e brettoni per future conquiste. I due Porto, divenuti capitani per meriti acquisiti sul campo, si aggregarono a loro giungendo anche in Sicilia.
Interrompendosi a vicenda, i due fratelli parlarono delle battaglie, delle campagne militari e delle città che avevano visto. Degli onori ricevuti a Roma. Dei disagi e sofferenze patite, delle gioie e soddisfazioni avute sia dai loro genitori, nell’andare così lontani che a ritornare, per poco tempo, alla casa paterna. Gli raccontarono che erano giunti a Venezia via mare al seguito del papa Alessandro III e di Guglielmo II re di Sicilia per trovare un accordo con il Barbarossa, l’Imperatore teutone Federigo I. Avevano ottenuto il permesso di lasciare Venezia, intanto che i Grandi discutevano le condizioni. Tra questi negoziatori, richiesto dal Barbarossa, c’era anche Guglielmo Porto. Era stato proprio lui ad informare i due fratelli che il villaggio degli avi era a meno di 100 miglia da Venezia. Curiosi di conoscere sia il paese di cui avevano sempre sentito parlare che i parenti custodi dell’origine del casato avevano chiesto il permesso di lasciare Venezia.
Vedendo i volti arrossati per la sorpresa ed il timore dei paesani il capitano più giovane, per farsi udire da tutti, gridò:” Di cosa temete bifolchi? Siamo i nipoti di Giorlando e Salvatore Porto!” Poi, rivolto al nonno, cominciò a narrargli quanto avevano visto e dove erano arrivati i loro padri. Gli raccontò della campagna militare in Puglia e Campania contro i Bizantini. Che erano giunti fino a Capua, avevano partecipato alla conquista di Benevento e Troia. Nel 1030 Rainaldo Drengot, capo normanno, costruì il castello Aversa che divenne base di riunione di altri normanni e brettoni per future conquiste. I due Porto, divenuti capitani per meriti acquisiti sul campo, si aggregarono a loro giungendo anche in Sicilia.
Interrompendosi a vicenda, i due fratelli parlarono delle battaglie, delle campagne militari e delle città che avevano visto. Degli onori ricevuti a Roma. Dei disagi e sofferenze patite, delle gioie e soddisfazioni avute sia dai loro genitori, nell’andare così lontani che a ritornare, per poco tempo, alla casa paterna. Gli raccontarono che erano giunti a Venezia via mare al seguito del papa Alessandro III e di Guglielmo II re di Sicilia per trovare un accordo con il Barbarossa, l’Imperatore teutone Federigo I. Avevano ottenuto il permesso di lasciare Venezia, intanto che i Grandi discutevano le condizioni. Tra questi negoziatori, richiesto dal Barbarossa, c’era anche Guglielmo Porto. Era stato proprio lui ad informare i due fratelli che il villaggio degli avi era a meno di 100 miglia da Venezia. Curiosi di conoscere sia il paese di cui avevano sempre sentito parlare che i parenti custodi dell’origine del casato avevano chiesto il permesso di lasciare Venezia.
Secondo stralcio di "Principe e povero"
Mentre il fuoco distruggeva tende, carri, corpi massacrati di uomini ed animali, i legionari che circondavano i centurioni iniziarono a chiamare a gran voce il loro nuovo capo:” Appius, Appius” ritmando il nome battendo le loro spade sugli scudi. Giunto al centro del gruppo dei superstiti Appius alzò al cielo le braccia insanguinate per chiedere il silenzio che, immediatamente, ottenne. Con voce rotta dalla commozione spiegò come morì il Comandante; poi diede gli ordini di dispiegamento delle forze superstiti per il ritorno al villaggio.
Aggirando tutti i villaggi lungo il percorso, giunsero alla vista delle loro colline. Appius diede ordine di fermarsi. Erano trascorsi 5 giorni dalla fatidica battaglia. Nelle notti trascorse all’addiaccio, avvolti solo nei loro mantelli, tutti avevano pianto il loro Comandante. Questi era stato lavato dal sangue raggrumato sul corpo, rivestito della sua armatura ammaccata dai colpi nemici e ricoperta del loro sangue rappreso e, fino a quel momento, trasportato su un carro. Ora mancavano poche centinaia di passi e Appius ordinò che Aurelianus fosse posto su uno scudo, portato dai legionari così che entrasse per l’ultima volta nel “suo” accampamento da Signore. Alcuni cavalieri erano stati inviati in avanscoperta e, giunti al villaggio, diedero la ferale notizia. Sicché quando il mesto corteo giunse alle porte del villaggio, la strada era affollata da tutti gli abitanti. I soldati transitarono fra due ali di persone piangenti fino all’interno del campo militare.
Licinia sostava sulla porta della casa di sasso. Attendeva con la morte nel cuore l’arrivo dell’amato, ma alla vista del corteo represse le lacrime, attese che il corpo fosse posto a terra al centro del campo. I legionari lasciarono un varco per lei che, a passi lenti e misurati, si avvicinò al corpo straziato dell’amato. Gli si inginocchiò accanto, lo accarezzò a lungo sul volto, costeggiando con le dita le labbra delle ferite al volto e sulle braccia. Non cadde una lacrima dai suoi occhi, non disse una parola, nessun muscolo del suo corpo si mosse; soltanto quel lento movimento del braccio dimostrava la sua vitalità. Nel silenzio più assoluto rimase in quella posa per molto tempo, quindi si rialzò e, con la medesima lentezza, rientrò nella sua abitazione. In tutto il campo nessuno osò rompere quel silenzio fino a sera, quando tutti fecero ritorno alle rispettive abitazioni.
Dopo cena Appius si recò da Licinia per accordarsi sui tempi e modi della funzione funebre e per narrarle in che modo fosse deceduto Aurelianus. Lei, in piedi accanto al camino lo ascoltava attentamente. Dopo aver saputo come fosse morto, lentamente cadde in ginocchio, cominciò a piangere sommessamente e le sue lacrime copiose e continue, formarono delle minuscole pozzanghere davanti alle sue ginocchia. Il suo corpo era scosso dai singhiozzi ed i suoi occhi non smettevano di versare lacrime d’amore e di dolore. Appius rimase in rispettoso silenzio guardando di quanto amore fosse stato circondato il suo Comandante. Non sapendo come consolare la donna, uscì mestamente dalla casa e inviò delle serve ad accudire Licinia e farle sentire meno pesante la tristezza e la solitudine che lui, uomo d’armi, non sapeva come esternarle.
Il giorno successivo Appius diede subito ordine di iniziare i preparativi per il solenne funerale del loro Condottiero. Nel giorno stabilito Appius Clodius, Ascanius Brutus, Apuleios e Partenius, portarono a braccia il corpo del loro Comandante, rivestito della corazza, in mesto corteo, seguiti da Licinia, da tutti i legionari e dagli abitanti del villaggio fino al luogo ove era stato eretto il trono funebre per la cremazione. Dopo aver declamato l’elogio funebre di rito e prima che si compisse l’ultimo atto di quella triste funzione, Appius, voltosi a tutti i presenti, ad alta voce proclamò:
” Voi tutti sapete per quanti anni, noi soldati, abbiamo seguito in armi fiduciosi il nostro Comandante. Egli ci ha sempre guidati con coraggio in tutte le situazioni. Ci ha portato a tante vittorie, e a voi, o villici, ha dato sicurezza e pace; è caduto per garantire a noi tutti la libertà e la dignità del popolo romano, ha costruito questo villaggio e gli ha dato la possibilità di crescere e prosperare senza mai costringere alcuno. Non ha mai chiesto niente per sé e si è sempre speso per il bene di voi tutti. Dando la vita per questi nobili ideali, noi oggi vogliamo che il suo nome venga ricordato in eterno. Per questi motivi da oggi e per sempre questo villaggio porterà il nome del nostro Comandante e............
Aggirando tutti i villaggi lungo il percorso, giunsero alla vista delle loro colline. Appius diede ordine di fermarsi. Erano trascorsi 5 giorni dalla fatidica battaglia. Nelle notti trascorse all’addiaccio, avvolti solo nei loro mantelli, tutti avevano pianto il loro Comandante. Questi era stato lavato dal sangue raggrumato sul corpo, rivestito della sua armatura ammaccata dai colpi nemici e ricoperta del loro sangue rappreso e, fino a quel momento, trasportato su un carro. Ora mancavano poche centinaia di passi e Appius ordinò che Aurelianus fosse posto su uno scudo, portato dai legionari così che entrasse per l’ultima volta nel “suo” accampamento da Signore. Alcuni cavalieri erano stati inviati in avanscoperta e, giunti al villaggio, diedero la ferale notizia. Sicché quando il mesto corteo giunse alle porte del villaggio, la strada era affollata da tutti gli abitanti. I soldati transitarono fra due ali di persone piangenti fino all’interno del campo militare.
Licinia sostava sulla porta della casa di sasso. Attendeva con la morte nel cuore l’arrivo dell’amato, ma alla vista del corteo represse le lacrime, attese che il corpo fosse posto a terra al centro del campo. I legionari lasciarono un varco per lei che, a passi lenti e misurati, si avvicinò al corpo straziato dell’amato. Gli si inginocchiò accanto, lo accarezzò a lungo sul volto, costeggiando con le dita le labbra delle ferite al volto e sulle braccia. Non cadde una lacrima dai suoi occhi, non disse una parola, nessun muscolo del suo corpo si mosse; soltanto quel lento movimento del braccio dimostrava la sua vitalità. Nel silenzio più assoluto rimase in quella posa per molto tempo, quindi si rialzò e, con la medesima lentezza, rientrò nella sua abitazione. In tutto il campo nessuno osò rompere quel silenzio fino a sera, quando tutti fecero ritorno alle rispettive abitazioni.
Dopo cena Appius si recò da Licinia per accordarsi sui tempi e modi della funzione funebre e per narrarle in che modo fosse deceduto Aurelianus. Lei, in piedi accanto al camino lo ascoltava attentamente. Dopo aver saputo come fosse morto, lentamente cadde in ginocchio, cominciò a piangere sommessamente e le sue lacrime copiose e continue, formarono delle minuscole pozzanghere davanti alle sue ginocchia. Il suo corpo era scosso dai singhiozzi ed i suoi occhi non smettevano di versare lacrime d’amore e di dolore. Appius rimase in rispettoso silenzio guardando di quanto amore fosse stato circondato il suo Comandante. Non sapendo come consolare la donna, uscì mestamente dalla casa e inviò delle serve ad accudire Licinia e farle sentire meno pesante la tristezza e la solitudine che lui, uomo d’armi, non sapeva come esternarle.
Il giorno successivo Appius diede subito ordine di iniziare i preparativi per il solenne funerale del loro Condottiero. Nel giorno stabilito Appius Clodius, Ascanius Brutus, Apuleios e Partenius, portarono a braccia il corpo del loro Comandante, rivestito della corazza, in mesto corteo, seguiti da Licinia, da tutti i legionari e dagli abitanti del villaggio fino al luogo ove era stato eretto il trono funebre per la cremazione. Dopo aver declamato l’elogio funebre di rito e prima che si compisse l’ultimo atto di quella triste funzione, Appius, voltosi a tutti i presenti, ad alta voce proclamò:
” Voi tutti sapete per quanti anni, noi soldati, abbiamo seguito in armi fiduciosi il nostro Comandante. Egli ci ha sempre guidati con coraggio in tutte le situazioni. Ci ha portato a tante vittorie, e a voi, o villici, ha dato sicurezza e pace; è caduto per garantire a noi tutti la libertà e la dignità del popolo romano, ha costruito questo villaggio e gli ha dato la possibilità di crescere e prosperare senza mai costringere alcuno. Non ha mai chiesto niente per sé e si è sempre speso per il bene di voi tutti. Dando la vita per questi nobili ideali, noi oggi vogliamo che il suo nome venga ricordato in eterno. Per questi motivi da oggi e per sempre questo villaggio porterà il nome del nostro Comandante e............
Primo stralcio di "Principe e povero"
Entrò in casa così deciso e con un cipiglio autoritario che la moglie si preoccupò non poco. Appese cappello e tabarro all’attaccapanni inchiodato sulla porta d’ingresso, si tolse il gilè e salì nella stanza da letto seguito dalla moglie incuriosita. Si inginocchiò davanti al cassettone, prese per le maniglie il cassetto e cominciò a tirare poi a spingere quindi a strattonare, ma il cassetto non si aprì né si chiuse. Inviperito dalla sconfitta, si alzò scalciò quello stupido mobile, gli diede un paio di pugni sul ripiano, ma quello rimaneva sempre lì, tre palmi fuori.
Non voleva rovinare il cassettone ereditato dal padre e, estratti i cassetti superiori, rimase soltanto l’ultimo. Erano cassetti ampi, fatti a mano, larghi quasi due metri, profondi quasi uno ed alti una trentina di centimetri. Si inginocchiò nuovamente davanti al mobile senza i cassetti, simile alla bocca di una mucca sdentata, allungò un braccio che arrivava alla fine del mobile ma non a toccare il fondo del cassetto. Era certo che lì c’era qualcosa che bloccava il movimento del cassetto. Ma non arrivandoci si alzò, scese in cucina, prese un attizzatoio e risalì.
Tornò a perlustrare il fondo e, finalmente, sul lato destro sentì una cosa non eccessivamente dura ma lunga. La lotta per far uscire l’intruso fu lunga perché era incastrato in parte sotto il cassetto che, col suo peso, lo tratteneva. D’altro canto non poteva tirare troppo forte perché, qualunque cosa fosse, voleva vedere di che si trattasse prima di distruggerla in mille briciole. Con l’aiuto della moglie e a forza di tirare, spingere, sollevare e rovesciare il mobile, ebbe la vittoria in pugno anzi si ritrovò in mano un pugno di pergamene arrotolate e legate da uno spago. Nella stanza non c’era abbastanza luce quindi i due sposi, felici del ritrovamento ed anche per la soluzione della causa di tanti colpi subiti agli arti inferiori, scesero in cucina.
Accese il lume a olio posto al centro del grande tavolo, sciolse il laccio e tenne aperte le pergamene. Entrambi sapevano leggere e scrivere, ma una grafia così minuta ma tremolante faticavano a decifrarla. Finalmente lesse una data ed istintivamente dalla bocca gli uscì prima un fischio e poi una imprecazione. Dopo un attimo di pensoso silenzio, richiudendo i fogli incartapecoriti, dopo aver contato un paio di volte sulle dita delle mani per essere sicuro di non sbagliare, disse alla moglie:
” siamo nel 1754, dunque questi fogli hanno …… 107 anni – e glieli agitava sotto il naso – quanto potranno valere? A chi li potremmo dare?”. Sedendo su una sedia, la donna rispose: ” Prima dobbiamo leggere cosa c’è scritto per capire cos’è e poi penseremo a chi farlo vedere”.
Così quella sera, e per tutto l’inverno, invece di andare nella stalla a giocare a carte con gli altri contadini, o a fare la calza con le altre donne, rimasero davanti al focolare a leggere quei fogli ingialliti dal tempo.
Non voleva rovinare il cassettone ereditato dal padre e, estratti i cassetti superiori, rimase soltanto l’ultimo. Erano cassetti ampi, fatti a mano, larghi quasi due metri, profondi quasi uno ed alti una trentina di centimetri. Si inginocchiò nuovamente davanti al mobile senza i cassetti, simile alla bocca di una mucca sdentata, allungò un braccio che arrivava alla fine del mobile ma non a toccare il fondo del cassetto. Era certo che lì c’era qualcosa che bloccava il movimento del cassetto. Ma non arrivandoci si alzò, scese in cucina, prese un attizzatoio e risalì.
Tornò a perlustrare il fondo e, finalmente, sul lato destro sentì una cosa non eccessivamente dura ma lunga. La lotta per far uscire l’intruso fu lunga perché era incastrato in parte sotto il cassetto che, col suo peso, lo tratteneva. D’altro canto non poteva tirare troppo forte perché, qualunque cosa fosse, voleva vedere di che si trattasse prima di distruggerla in mille briciole. Con l’aiuto della moglie e a forza di tirare, spingere, sollevare e rovesciare il mobile, ebbe la vittoria in pugno anzi si ritrovò in mano un pugno di pergamene arrotolate e legate da uno spago. Nella stanza non c’era abbastanza luce quindi i due sposi, felici del ritrovamento ed anche per la soluzione della causa di tanti colpi subiti agli arti inferiori, scesero in cucina.
Accese il lume a olio posto al centro del grande tavolo, sciolse il laccio e tenne aperte le pergamene. Entrambi sapevano leggere e scrivere, ma una grafia così minuta ma tremolante faticavano a decifrarla. Finalmente lesse una data ed istintivamente dalla bocca gli uscì prima un fischio e poi una imprecazione. Dopo un attimo di pensoso silenzio, richiudendo i fogli incartapecoriti, dopo aver contato un paio di volte sulle dita delle mani per essere sicuro di non sbagliare, disse alla moglie:
” siamo nel 1754, dunque questi fogli hanno …… 107 anni – e glieli agitava sotto il naso – quanto potranno valere? A chi li potremmo dare?”. Sedendo su una sedia, la donna rispose: ” Prima dobbiamo leggere cosa c’è scritto per capire cos’è e poi penseremo a chi farlo vedere”.
Così quella sera, e per tutto l’inverno, invece di andare nella stalla a giocare a carte con gli altri contadini, o a fare la calza con le altre donne, rimasero davanti al focolare a leggere quei fogli ingialliti dal tempo.
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