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mercoledì 29 febbraio 2012

Primo stralcio di "Principe e povero"

  Entrò in casa così deciso e con un cipiglio autoritario che la moglie si preoccupò non poco. Appese cappello e tabarro all’attaccapanni inchiodato sulla porta d’ingresso, si tolse il gilè e salì nella stanza da letto seguito dalla moglie incuriosita. Si inginocchiò davanti al cassettone, prese per le maniglie il cassetto e cominciò a tirare poi a spingere quindi a strattonare, ma il cassetto non si aprì né si chiuse. Inviperito dalla sconfitta, si alzò scalciò quello stupido mobile, gli diede un paio di pugni sul ripiano, ma quello rimaneva sempre lì, tre palmi fuori.

Non voleva rovinare il cassettone ereditato dal padre e, estratti i cassetti superiori, rimase soltanto l’ultimo. Erano cassetti ampi, fatti a mano, larghi quasi due metri, profondi quasi uno ed alti una trentina di centimetri. Si inginocchiò nuovamente davanti al mobile senza i cassetti, simile alla bocca di una mucca sdentata, allungò un braccio che arrivava alla fine del mobile ma non a toccare il fondo del cassetto. Era certo che lì c’era qualcosa che bloccava il movimento del cassetto. Ma non arrivandoci si alzò, scese in cucina, prese un attizzatoio e risalì.


Tornò a perlustrare il fondo e, finalmente, sul lato destro sentì una cosa non eccessivamente dura ma lunga. La lotta per far uscire l’intruso fu lunga perché era incastrato in parte sotto il cassetto che, col suo peso, lo tratteneva. D’altro canto non poteva tirare troppo forte perché, qualunque cosa fosse, voleva vedere di che si trattasse prima di distruggerla in mille briciole. Con l’aiuto della moglie e a forza di tirare, spingere, sollevare e rovesciare il mobile, ebbe la vittoria in pugno anzi si ritrovò in mano un pugno di pergamene arrotolate e legate da uno spago. Nella stanza non c’era abbastanza luce quindi i due sposi, felici del ritrovamento ed anche per la soluzione della causa di tanti colpi subiti agli arti inferiori, scesero in cucina.

Accese il lume a olio posto al centro del grande tavolo, sciolse il laccio e tenne aperte le pergamene. Entrambi sapevano leggere e scrivere, ma una grafia così minuta ma tremolante faticavano a decifrarla. Finalmente lesse una data ed istintivamente dalla bocca gli uscì prima un fischio e poi una imprecazione. Dopo un attimo di pensoso silenzio, richiudendo i fogli incartapecoriti, dopo aver contato un paio di volte sulle dita delle mani per essere sicuro di non sbagliare, disse alla moglie:

” siamo nel 1754, dunque questi fogli hanno …… 107 anni – e glieli agitava sotto il naso – quanto potranno valere? A chi li potremmo dare?”. Sedendo su una sedia, la donna rispose: ” Prima dobbiamo leggere cosa c’è scritto per capire cos’è e poi penseremo a chi farlo vedere”.

 Così quella sera, e per tutto l’inverno, invece di andare nella stalla a giocare a carte con gli altri contadini, o a fare la calza con le altre donne, rimasero davanti al focolare a leggere quei fogli ingialliti dal tempo.

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